Messaggi senza risposta | Argomenti attivi Oggi è 25/02/2018, 17:53



Rispondi all’argomento  [ 1 messaggio ] 
 Dicerie aprile 1516 
Autore Messaggio
Staffoso
Avatar utente

Iscritto il: 06/08/2014, 10:49
Messaggi: 84
Località: Reana del Rojale UD
Messaggio Dicerie aprile 1516
Dicerie di aprile 1516

Il 21 marzo del 1516 fu un giorno di gran festa, e la sensazione generale era che ci si sarebbe potuti finalmente godere il frutto di tanto sudore e tanto sangue versati. La Compagnia fece portare due grosse botti, una di Rubisso ed una di Albofiore, per dissetare le gole riarse degli avventurieri, i quali poterono godersi una sonora sbronza a spese altrui.
Tuttavia i giorni che seguirono la riconquista di Osperdium non furono scevri di lavoro. Sacche di resistenza delle Ombre si radunavano e si disperdevano in vari punti del Sestiere Centrale, dando del filo da torcere a chiunque si trovasse nelle vicinanze. Di quanti si erano accodati alla Compagnia, alcuni stavano aiutando i carpentieri a rimettere in sesto quel che rimaneva della Rocca e dei pochi edifici che venivano utilizzati in quel luogo, mentre chi era più portato per il combattimento affiancava le guardie Speziali nel difendere gli altri combattendo contro le Ombre e contro le temibili “Reminiscenze di Arkar”.
Luigi Colanero e Constant Morton stavano organizzando gli avventurieri per sconfiggere quei nemici sfuggenti, pianificando di radunarle tutte in un punto per dar battaglia una volta per tutte liberandosi di quella spina nel fianco.
Nella Rocca in particolare fervevano poi i lavori: vivandieri attrezzavano una locanda, mentre sotto la direzione del mercante Bassam diligenti facchini disponevano il banco del mercato.
Il Cavaliere Nero, mentre gli archibugieri della Compagnia pattugliavano gli spalti, passava in rassegna l'armeria. I Templari avevano ottenuto di fondare all'interno della Rocca una cappella votiva dedicata a San Reginaldo, il fiero patrono della Loggia della Fenice, in un luogo più difendibile rispetto al dislocato Tempietto di Magnus, che sarebbe rimasto alle cure dell'Ordine Minore. Jean My infatti, insieme alla suora Ermengarda, erano affaccendati nel pio compito di rimettere ordine in quel sacro luogo, dopo l'invasione delle Oscure Presenze.
Tutto sembrava proseguire per il meglio insomma. Cibo, beveraggi, la città interamente rimessa in sesto, e tutto a spese della Compagnia delle Spezie di Tilia.
Certo, rimanevano delle note discordanti... le Oscure Presenze rappresentavano un nemico infido e scostante, difficile da affrontare, ma ciò non era sufficiente a sedare l'ottimismo ed il buonumore. Ovviamente, la Compagnia non stava offrendo tutto ciò senza averne nulla in cambio... chi si fosse incamminato lontano dalla Rocca avrebbe certamente notato infatti alcuni discreti operai degli Speziali sorvegliati da un sergente ed alcuni armigeri apporre delle solide porte alle entrate delle due miniere che erano state scoperte, la Miniera Latera e la Miniera Manca: chi fosse venuto ad Osperdium con la speranza di estrarre liberamente il frutto del proprio sudore dalle miniere avrebbe certamente avuto da ridire in merito ad un simile provvedimento, ma non c'era molto che potesse fare di fronte ad un simile dispiegamento di forze.
Un altro elemento turbava poi l'allegria dei bivacchi serali. Dalla prigione in cui era rinchiuso Maxon, guardata a vista da Crisanto da Montague e da Ida Mantobianco, proveniva un sommesso ma costante mormorio: “Mi sta rodendo... mi mangia l'anima nel mio stesso petto...”. Il Siniscalco della Loggia dal canto suo, nella sua mantella nera e con il breviario nelle mani allacciate dietro alla schiena, aveva un'aria molto pensierosa e cupa. Sembrava rimuginare qualcosa di oltremodo gravoso, nello spostare gli occhi dalla punta dei suoi stivali, alla prigione di Maxon, al cielo. Talvolta di notte, con gli occhi persi nel turbinio di una fiaccola, si tenevano concili preoccupati tra il Templare Crisanto, Luigi Colanero, ed il frate Jean My. Non si curavano di essere sentiti dagli altri, ciò nonostante parlavano sottovoce, e solo gli avventurieri che si avvicinavano in rispettoso silenzio, magari portando come offerta una tazza di vino speziato, potevano udire ciò che essi dicevano. Una sera in particolare, mentre il frate sfogliava distrattamente un tomo religioso, gli altri due dicevano:
“Eppure non riesco ad essere sereno, sento che c'è qualcosa che mi sfugge, non credete anche voi, Colanero?”
“Invero, mi è parso che quel demone sia svanito troppo semplicemente... e non sembrava affatto indebolito, dai resoconti che mi hanno fatto.”
“Andateci piano con le parole, Maestro.” Lo ammonì Crisanto. “Non è il caso di parlare di demoni, può essersi trattato di una manifestazione demoniaca minore, poco più di un'Oscura Presenza gonfiata dal potere delle Pietre.”
Il frate continuava nel frattempo a sfogliare il libro, ed un attento osservatore avrebbe potuto leggervi sul dorso “Liber Exorcista, di Fratello Tancredi IX”. Crisanto rinvigoriva nel mentre i tizzoni nel focolare con la punta della propria spada, luminescente nel buio della notte, per poi dire sovrappensiero:
“In effetti, siamo in un bel guaio davvero... i Sigilli sono stati apposti, e il portale dal quale quell'essere è sbucato è stato dunque chiuso. Anche se volesse, ora non potrebbe più andarsene. E non essendo stato sconfitto, non mi pare ci siano dubbi sul fatto che si trovi ancora qui tra noi, su Argesia.” Il silenzio calò sugli astanti, mentre un brivido gelido percorse le loro spine dorsali, salendo dalla terra ai loro piedi, che sembrò di colpo farsi fredda e sgradevolmente umida. Il buio della notte venne interrotto solo dal fruscio di una pagina di pergamena sfogliata da Jean My. Fu proprio quest'ultimo a interrompere con un grido di soddisfatta paura quel momento tetro, alzandosi in piedi di scatto incurante del vino che gli colava sulla veste da frate, rovesciato dalla tazza che teneva sulle ginocchia. Aveva l'aria invasata di chi sia quasi felice di annunciare una sciagura agli altri, pregustando il fatto che avrebbe vissuto di lì a poco attimi che, benché terribili, sarebbero stati tramandati negli annali di storia:
“Numero 33. Ah-ha! Numero 33! Tre volte 11! Ah, guardatelo, il monstrum horribilis! Salvaci, grande Magnus!”
“Che ti prende, per il Santissimo!?” Gli disse Crisanto strappandogli il libro di mano per leggere con avidità, poiché il frate era ormai invasato, e mancava poco che si slegasse la cinta dalla vita per flagellarsi. Il Templare scorreva le righe con mani tremanti, gli anelli che tintinnavano tra le dita.
“Grande Magnus!” Disse facendosi il segno del sole con la mano destra, libera. “Allora è davvero un demone... il numero 33, un Presidente, ma è conosciuto anche come Principe. Può causare amore e odio tra due persone... proprio come ha fatto con Ida e quegli sciagurati. Salvaci, Daniel. Il suo nome è Gaap.”
A quel punto, un grido invasato proruppe dalla prigione, come se vi fosse rinchiuso un grosso rospo infernale, e Maxon iniziò a gridare a squarciagola, sforzandosi in apparenza di chiudere la bocca ma senza riuscirci, come se in lui ci fosse ancora una parte razionale che combatteva contro la maligna malattia che si era impossessata di lui:
“Gaap! Gaap! Gaaaaaaap!” Le guardie si fiondarono dentro la prigione, stentando in tre a bloccare i movimenti convulsi di quel corpo squassato dal Male, ma non ci fu modo di avere la meglio su di lui finché Bassam non giunse cisposo, con la cuffia da notte in testa, e gli fece masticare a forza un'erba straniera, il Marash. Solo quella riuscì a calmarlo, e lo fece rimanere in uno stato catatonico ma quantomeno inoffensivo.
Finito il trambusto, tutti si riunirono di nuovo vicino al focolare, ormai quasi spento, la scena illuminata da una pallida luna e dalla luce tremolante delle torce nel vento della notte.
“Datemi carta e penna. E chiamatemi una staffetta, immediatamente.” Ordinò perentorio Crisanto da Montague con gli occhi allucinati di rosso. Si portò di fronte allo scrittoio dei sapienti, prese carta e penna senza chiedere ma facendo un cenno di ringraziamento al basito Luigi Colanero per il prestito ricevuto ma non concesso.
“Cosa volete fare, per Santa Sofia?!” Domandò il Maestro Luigi, ed il templare rispose stanco, controvoglia.
“Abbiamo un demone a piede libero qui, e non abbiamo la più pallida idea di come fare a liberarci di lui, voi cosa fareste?”
“Il demone si è impossessato del corpo di quel poveraccio?” Domandò il capraio Vlad con il suo accento nasale, con fare indagatore, e fu Jean My a rispondergli con uno sguardo profondo:
“No. Dentro Maxon c'è qualche altro male, sicuramente di natura demoniaca, ma non il demone con cui abbiamo avuto a che fare.” Luigi Colanero nel frattempo proseguì la conversazione col Templare:
“Non vorrete...” e Crisanto gli rispose, intuendo il resto della frase:
“Invece sì. Non credete che ne sia felice, non lo sono affatto. Ma l'unica cosa che possiamo fare è chiamare il Santo Uffizio dell'Inquisizione.”
Un silenzio carico di tensione si fece sulla Rocca del Sestiere Centrale di Osperdium a quelle parole. Persino il Cavaliere Nero, che fino a quel momento era rimasto in disparte a pulirsi le unghie con la punta di un coltello, alzò gli occhi verso il gruppetto con uno sguardo sprezzante.
“È davvero necessario...? Non si potrebbe cercare un'altra strada per risolvere la faccenda? Certo, con tutto il rispetto e la fiducia che noi tutti rimettiamo nell'Inquisizione, forse è inopportuno scomodare un simile Potere...”
“No.” Tagliò corto il Templare.
“E voi, cosa ne dite?” Tentò il Maestro chiedendo a Jean My, che però fece spallucce con uno sguardo rassegnato. Certo l'Inquisizione andava famosa per i suoi modi molto “persuasivi”, anche talvolta contro persone che poi si rivelavano innocenti, e la cosa non piaceva molto all'Ordine Minore, ma in un caso come quello poteva essere l'unica soluzione praticabile.
La staffetta richiesta nel frattempo era giunta, e disse rivolta a Crisanto:
“Comandi?”
Il Templare si avvicinò allo scrittoio, ed iniziò a scrivere, così che tutti potessero leggere:
“A sua Eccellenza il Vescovo Simone di Torbages...”
e proseguì riportando gli eventi accaduti, nominando la necessità di un esorcista, e richiedendo l'intervento del Santo Uffizio. Dunque concluse, scrivendo:
“In fide Magni, Crisanto da Montague, Siniscalco dei Templari della Loggia della Fenice”. Sparse la sabbia sull'inchiostro per asciugarlo, sotto gli occhi di Luigi Colanero, il quale gli disse:
“Dato che la lettera andrà in Dexeria, perché non aggiungere i vostri titoli del Secolo...? Potrebbero aggiungere ulteriore peso alla nostra richiesta, qualora ce ne fosse bisogno.”
Il Templare sospirò, ma poi riprese la penna ed aggiunse all'ultima riga una virgola:
“In fide Magni, Crisanto da Montague, Siniscalco dei Templari della Loggia della Fenice, Conte di Montague.”
Ripiegò la lettera e vi appose il proprio sigillo affondando l'anello nella ceralacca che versò con aria grave il Maestro in persona. Dunque la lettera venne consegnata solennemente alla staffetta, che lanciò un'occhiata al cavallo scalpitante tenuto per le briglie da due armigeri fuori dalla porta della Rocca.
“Tieni questa lettera, e corri come il fulmine di Magnus, che possa cadere ad illuminare questa nostra buia notte. Non risparmiare il cavallo, dì che ti manda il Siniscalco della Loggia, figlio di Baldovino Conte di Montague, e nessun postiere della Dexeria oserà negarti il suo destriero migliore.” Gli disse il Templare, ed il giovane, gli occhi spalancati per l'adrenalina, saltò sul cavallo, spronandolo perché scattasse al galoppo.
“Neanche un mese che siamo ad Osperdium e già ci accingiamo ad accogliere l'Inquisizione...” commentò amaro e preoccupato Constant Morton: nessuno poteva dirsi al sicuro dal Santo Uffizio.
“Probabilmente verrà Padre Gerolamo da Vito, vista la gravità della situazione.” Disse Luigi Colanero, prima di allontanarsi con Crisanto da Montague per discutere in privato.
“Si dice che un tempo abbia messo al rogo un intero villaggio, non riuscendo a venire a capo di una faccenda, dicendo che Magnus avrebbe riconosciuto i suoi.” ghignò il Cavaliere Nero, facendo accapponare la pelle a tutti gli astanti.
“Probabilmente è solo una voce...” mormorò il frate Jean My, ed aggiunse per smorzare l'aria tesa “...come il fatto che i sapienti salvino i libri invece delle persone dagli incendi, o che i templari sacrificherebbero una vergine per risparmiare un pezzo d'argento.”
E tutti risero in quella notte buia, ignari di ciò cui sarebbero andati incontro.

_________________
Narratore

PNG:
Constant Morton, Avventuriero e cartografo
Crisanto da Montague, Siniscalco della Loggia
Canizio Bonalena, Rettore della Scuola di Sofia (sigh)
Padre Joren, dell'Ordine Minore o dei Secolari
Sten'ka Pushkin del Qudaidin'koz, Pubblicano di Volklav


11/04/2016, 10:15
Profilo
Visualizza ultimi messaggi:  Ordina per  
Rispondi all’argomento   [ 1 messaggio ] 

Chi c’è in linea

Visitano il forum: Nessuno e 1 ospite


Non puoi aprire nuovi argomenti
Non puoi rispondere negli argomenti
Non puoi modificare i tuoi messaggi
Non puoi cancellare i tuoi messaggi
Non puoi inviare allegati

Cerca per:
Vai a:  
cron
Powered by phpBB © 2000, 2002, 2005, 2007 phpBB Group.
Designed by STSoftware for PTF.
Traduzione Italiana phpBBItalia.net basata su phpBB.it 2010